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4 Giugno 2013
Intervista a Max Manfredi ospite del Festival dell’Inquietudine di Finale

di Alfredo Sgarlato
- L’originale Festival finalese dedicate alla sfuggente musa che dona irrequietezza ma anche creatività sceglie il genovese Max Manfredi come musicista inquieto. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo prima del concerto che si è tenuto all’Auditorium di Santa Caterina di Finalborgo venerdì 31 scorso.
Albenga Corsara: vorrei che ci presentasse questo nuovo progetto, in cui suona anche con musicisti provenienti dal mondo del progressive
Max Manfredi: dal mondo del progressive proviene la tastierista Elisa Montaldo, poi c’è Matteo Nahum, che non è nuovo a suonare con me, che bazzica anche lui queste esperienze musicali; sta montando la batteria Marco Frattini, musicalmente onnivoro, che invece fa veramente di tutto, eclettico al massimo grado, poi c’è il bassista Daniele Pinceti, molto eclettico anche lui. Questo si, è un quintetto che ci siamo inventati proprio in occasione di questa Festa dell’Inquietudine, con cui comunque lavoriamo, soprattutto in trio con Matteo ed Elisa con cui siamo già ben rodati.
A.C: questo nome strano, Dremong, cosa significa?
M.M: Dremong è un gioco. Il Dremong, o Tchemong, è un orso che si trova nel Tibet, ma è un orso strano, un po’ particolare. Intanto è brutto; non ha la bellezza ursina, e poi è particolarmente cattivo, tanto che si pensa che abbia dato origine alla leggenda dello Yeti. Allora, boh, mi piaceva questa immagine un po’ ambigua, l’orso ha anche un immagine graziosa, piace ai bambini, ma può essere anche cattivo; allora penso che anche le canzoni possono essere così, essere dei peluche, possano servire per consolarti, ma possano anche servire per tirare dei sassi.
A.C: c’è una sua canzone che mi sembra particolarmente attuale, “L’ora del dilettante”
M.M: si, è quasi vecchia, perché l’ho scritta da tempo, ma è sempre attuale e lo sarà finché la società sarà così, sarà sempre l’ora del dilettante, appunto.
A.C: a proposito, si discute molto dei talent show, sono la rovina della musica come dicono alcuni, oppure sono un’opportunità?
M.M: No, no, però per ogni talent che c’è in televisione ci dovrebbe essere una trasmissione musicale seria, non si può sostituire la chiarezza e la competenza con un talent show. Il problema non è che esistano, il problema è che non esiste altro, ci sono solo questi show che sono stati inventati come una specie di calmiere per il mercato: un personaggio se passa in televisione ha già la promozione, ha già qualche piazza per i concerti, vende qualche suoneria e alla fine si passa ad un altro
A.C: un’ultima domanda: mi piace molto la sua capacità di rendere poetica la vita di tutti i giorni, come quando ne “Il regno delle fate” descrive il mondo dei pendolari come un mondo incantato.
M: in effetti la vita di tutti i giorni secondo me è terribile! Quindi renderla poetica può far capire quanto può essere terribile ma quanto può avere una sua bellezza; si io penso che sia così, la vita quotidiana non è qualche cosa di normale, non credo ci sia molta normalità nella vita.
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Alle 22 inizia il concerto. La musica di Max Manfredi e Dremong, non è limitabile al semplice cantautorato, anche se in alcune canzoni c’è l’ombra del miglior De Andrè. I ritmi sono contaminati, fado, rebetiko, sirtaki, atmosfere balcaniche. Le canzoni più note come “L’ora del dilettante” sono innervate da spunti rock, con begli assoli di chitarra di Matteo Nahum e con le sonorità delle tastiere più di stampo Japan che progressive di Elisa Montaldo. Le nuove canzoni sono suggestive e convincono i fan che hanno riempito l’auditorium. Peccato che l’amplificazione non sia perfetta, nei primi brani le tastiere e l’autoharp di Elisa si sentono poco, in altri non si sentono sempre chiaramente i testi, che con un cantautore poeta come Max è una grave perdita.
Un concerto molto bello, che conferma l’ottima resa live di Manfredi e la bravura dei giovani accompagnatori. Terminato il concerto Max viene intervistato dal giornalista Francesco Cevasco, soffermandosi sul rapporto tra artisti e potere, raccontando come Lenin non capisse Majakowskij, e come Majakowskij e molti poeti fecero una brutta fine.
* Foto di © Carlo Gesso Giuliano
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2 Giugno 2013
Max Manfredi alla … Festa dell’Inquietudine
L’antefatto.
Elisa Montaldo mi anticipa la notizia relativa ad un concerto al quale, suppongo, lei tenga molto. E vuole sottolineare che tra i tanti profumi, potrò distinguere quello del prog, musica che è stata il motivo della nostra conoscenza, molti anni fa.
Ma la musica che amo non è racchiusa tra paletti di genere, e le emozioni da concerto niente hanno a che vedere con etichette e la tecnica sopraffina degli attori in scena. Tranquilla Eli!
L’occasione è La Festa dell’Inquietudine, una tre giorni artistico culturale avente come filo conduttore un argomento e titolo importante: “Inquietudine. Virtù e conoscenza”.
Incontri, dibattiti, spettacoli, imperniati sul tema dantesco… Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.
Il concerto-tributo all’inquietudine è quello che ci ha regalato Max Manfredi con alcuni compagni di viaggio. Il giorno scelto dall’organizzazione è il 31 maggio.
Poeta, scrittore, cantante, chitarrista e chissà cos’altro, nell’occasione è accompagnato dalla già citata Elisa alle tastiere e autoharp, da Matteo Nahum alle chitarre, mandola e glockenspiel, Marco Frattini alle percussioni e Daniele Pinceti al basso fretless.
La location è affascinante, l’auditorium del complesso monumentale di Santa Caterina, a Finale Ligure Borgo, in provincia di Savona.
Tema importante, attualità pura, e musica che è al tempo stesso racconto del disagio e suo antidoto- o terapia.
Max Manfredi recita, racconta, canta, si diverte divertendo - pubblico e colleghi di palco -, e mette in mostra momenti di estrema concentrazione e devozione, una sorta di ringraziamento globale, che procede attraverso i suoi racconti musicati, e che fa si che momenti, fatti e pensieri, estremamente personali, vengano condivisi col mondo antistante.
La sua “inquietudine” è la nostra, ma lui la può gridare un po’ più forte di noi, avendo a disposizione un’arma espressiva supplementare.
E più che il commento del singolo brano viene da evidenziare il coinvolgimento generale, magia pura che si realizza quando al messaggio viene aggiunta la trama musicale perfetta.
Davanti a noi musicisti di alto livello… davanti a noi un uomo geniale… davanti a noi un ensemble perfetto, capace di creare un’atmosfera unica, la cui misticità viene occasionalmente interrotta dalle voci dell’innocenza, anime che prima o poi, purtroppo, dovranno affrontare … il tema della serata… nessuno ne è immune!
Ma forse il filmato a seguire - il bis e l’intervista del giornalista Francesco Cevasco - potranno render bene l’idea, più di tante mie parole.
20 Maggio 2013
Come un faro nella notte [Il Flessibile]
di Dario Caruso.
La difficoltà di essere propositivi, in un periodo di sbandamento politico e culturale, appare invalicabile.
Ma questa è la caratteristica di coloro che, come me, sono inquieti. La nostra inquietudine sta a significare il movimento della testa contro la stagnazione dell’anima, il desiderio di conoscere vivendo contro l’apatia della poltrona e dello zapping che, intendiamoci, ha i suoi lati positivi ma solo nel favorire deretani e cervelli adiposi.
Questo ci basta per proporre ogni anno, da sei a questa parte, la nostra Festa.
Come festeggiano gli inquieti?
Non è difficile:
1. Si trova una location che possa essere idonea allo scopo e abbia le caratteristiche giuste: accoglienza, bellezza e tradizione.
Nel nostro caso abbiamo scelto Finalborgo, ridente borgo medievale. O forse Finalborgo ha scelto noi. O ancora ci siamo scelti vicendevolmente (maybe…).
2. Si uniscono le forze intellettuali e operaie della cultura per avere momenti di discussione condivisa.
Quest’anno Max Manfredi, Luciano Violante, Stefano Bartezzaghi, Andrea Santini, Giordano Bruno Guerri, Silvia Ronchey, Klaus Schmidt, Enrico Ghezzi, Bianca Montale, Maurizio Lastrico, tanto per citarne alcuni.
3. Si cerca una figura di riferimento che stia lasciando il segno in questo nostro mondo, non importa in quale ambito o in quale modo. Ciò che conta e’ che lasci un segno nell’interesse delle generazioni attuali e future.
Quest’anno Guido Ceronetti. Prima di lui Costa Gavras, Raffaella Carra’, Barbara Spinelli, Oliviero Toscani, Don Ciotti, Renato Zero, tanto per citarne alcuni.
Ogni anno, da sei a questa parte, festeggiamo il nostro essere inquieti.
Onore al merito e al Presidente ed ispiratore Elio Ferraris.
Il programma completo e dettagliato su www.circoloinquieti.it
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16 Maggio 2013
SOS Talent puntata dedicata alla musica di Max Manfredi

12 Aprile 2013
Cinque domande a….Max Manfredi

Non ha bisogno di grandi presentazioni. Max Manfredi è….Max Manfredi. Detesta le etichette, come quella di “capostipite della nuova canzone d’autore genovese”, ad esempio: anche perché Max è sulla breccia da più di vent’anni, quindi proprio nuovo non è, e poi perché……ma lo scoprirete leggendo la chiacchierata. Così come emergerà il suo legame con Alessandria, e il suo essere intellettuale “a tutto tondo”: cantautore, musicista, raffinatissimo “dicitore” e scrittore.
Max, cos’è Alessandria per te?
Alessandria è Ezio Poli, Mariuccia Nespolo, e tutti gli amici dell’Isola Ritrovata. Un punto d’incontro serale e notturno, dove si fa ottima musica, e cultura in senso più ampio, cioè vitalità e amicizia. Un luogo dove si sta insieme, e si possono sperimentare soluzioni nuove. Come la messa a punto e le prove dei concerti del Progetto Dremong: con Matteo Nahum ed Elisa Montaldo faremo una tournée estiva, e poi un cd, spero pronto per l’autunno: sono mie canzoni con il carbonio 14, ossia lette, rilette, edite, inedite, antiche e nuove. Vecchie, mai.
Il tuo ultimo cd di inediti, Luna Persa, uscì nel 2008, e fu targa Tenco 2009 come miglior disco dell’anno. Un capolavoro, all’altezza del resto dei tuoi precedenti, tra cui un’altra perla che non ha tempo, come L’Intagliatore di santi, che è del 2001. Cos’hai fatto in questi ultimi anni?
Perché, scusa, tu cosa hai fatto? Cosa abbiamo fatto tutti? Io mi sono dedicato a tutto ciò che prevede una professione picaresca come la mia, e che da sempre ho scelto di svolgere a tempo pieno. Ho scritto, pensato, letto e riletto, riscritto e limato. Ora ho un bel “pugno” di inediti (non tutti recentissimi, peraltro), e spero di realizzare un nuovo cd per l’autunno, in cui ci sarà spazio per alcuni dei miei “classici”: e sul mio profilo facebook si accettano consigli!
La canzone capolavoro scritta “di getto”, in 20 minuti e magari su un foglietto volante, è quindi un mito?
Può succedere, soprattutto da giovani. E’ successo anche a me di scrivere canzoni di getto. Ma i miei testi, come le musiche, sono in genere frutto di ampie riletture, rivisitazioni, ripensamenti. Oggi più che un tempo. E lo stesso vale per i tre libri che ho scritto finora: che sono riflessioni in campo lungo, frutto di un’elaborazione di pensiero e parola che non conosce fretta. Del resto, questo è uno dei vantaggi di chi non fa parte dell’ingranaggio del circuito commerciale: nessuno mi impone un ritmo per la mia produzione.
Amore di Dublino di recente è stata premiata dai lettori/ascoltatori de Il Fatto quotidiano. E’ una canzone“spiazzante” al primo ascolto: molto bella, ma anche molto poco “manfrediana”. Concordi?
Hai citato il primo tassello di un progetto POETICO – musicale che sto sviluppando in collaborazione conGiorgio Li Calzi, musicista e produttore torinese, coautore del pezzo. Anche in questo caso il risultato finale sarà un cd: vedremo se uscirà prima questo, o l’altro. Sicuramente saranno due opere molto diverse tra loro.
Max, spesso ti si cita come l’erede di De André, e il capostipite della nuova canzone d’autore genovese: confermi o smentisci?
I giornalisti amano le etichette, a costo di essere superficiali. E’ esistita una scuola genovese, in senso classico? Forse sì, nel suo senso etimologico, ma allora esisteva anche un mercato discografico vero. Oggi il mercato è un colabrodo, e paradossalmente il numero dei musicisti si è moltiplicato. Peccato che in questa baraonda le cose migliori, spesso, vanno sommerse. E non sto riferendomi a me.
Ettore Grassano
http://mag.corriereal.info/wordpress/?p=13785
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