Dremong

05/08/2014
Manuel Garibaldi

Nelle foreste del Tibet ogni fuga è il mio cammino
e vado via da casa mia – ma quando vedrai le orme sulle neve
penserai “di qui passo, sì, di qui passò
uno strano mostro forse chissà, uno jeti”
Un mostro passò, ma certo che passò: mostro misterioso
che l’uomo chiamò uomo.

I genitori non li ho più, lecco le ferite e il miele.
Fratelli e amici son laggiù: li hanno catturati i cacciatori della bile ma
me ne vado al est, me ne vado al nord
forse l’hai capito che sono un DREMONG… un orso!
E faccio razzia e lungo la mia scia
animali e uomini non hanno soccorso!
…Ma me ne vado via… sei più forte tu…
nemmeno nel tuo sogno, no, non tornerò mai più (mai più!)

Mi alzo, mi rizzo e in piedi sto
nel sonno del tuo bambino.
Per insegnargli la realtà, abito in incubo, ma lui si sveglia
e io rimango là!
Dremong
Sotto il mio cielo che stelle raduna
non vedo più il Mestolo del Miele,
non dormo più nelle Grotte della Luna.

Coi morsi no, non stringerò
l’uomo che m’ha stretto in una morsa che fa tanto, tanto male,
per cavarmi il fiele.

Favo di stelle e mantra indù:
schiudo gli occhi nel torpore
Sbarre di gabbie di bambù
geometria del mio terrore e
sangue, tanto sangue
d’occhi come i miei.
Urli nei frantoi.
Ombre cinesi travasano bile gialla.
Come dei trofei
della “Chen Gao toy”.
Infilati in pancia, cateteri metallo.

Ora la mia bile puoi trovarla in farmacia
o per farti bella all’ombra della mia agonia
ma un’ultima cosa voglio dirtela…

Io nasco col collare
e so che non mi sbaglio:
c’è sempre la luna all’altro capo
del guinzaglio.

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