Per me “Il regno delle fate” è la più bella canzone del 2008. Più difficile spiegare perché mi piace tanto. C’entra la metrica, in cui l’ascoltatore s’impiglia come in una ragnatela lucente. C’entra il modo di raccontare di Manfredi, a piccoli tocchi precisi, come un Seurat della canzone”. Gianni Mura (Repubblica)


“Il disco si può definire una “invenzione (quindi opera poetica) documentata e oracolare dell’apocalisse tramite versi in musica” e difatti dalla seconda alla dodicesima canzone si parla di storie e sensazioni allucinate, con dettagli curati in una grande opera che conta più di trenta musicisti e che, come giustamente si è osservato, ‘è da ascoltare con le cuffie’”. Paolo Talanca (L’Isola che non c’era)


“Ascoltando Max Manfredi uno lo immagina seduto a un banco che lavora di fresa, bulino, intarsio e cesello con le parole, a mo’ di ebanista, tanta è l’artigianalità (nel senso migliore) con cui compone i testi. L’ultimo risultato di una lunga carriera è Luna persa, disco prezioso”. Luigi Bolognini (Repubblica – Milano)


“Max Manfredi dà nuovo impulso alla canzone d’autore coinvolgendo più di cinquanta strumenti e una trentina di musicisti. Un album quindi difficilmente riproducibile dal vivo, ma talmente prezioso da confermare se ce ne fosse bisogno il parere del M° Fabrizio De André che definiva Max il più bravo tra le nuove leve…” Giuseppe Vota (RAI- Notturno Italiano)


“Un disco molto ‘suonato’, zeppo di strumenti acustici mescolati in maniera complessa, con cura per il dettaglio che rende ogni brano un deposito di scatole cinesi a sorpresa, in un viaggio che attraversa l’Europa e le sue musiche in orizzontale, dalle taverne ungheresi al fado di Lisbona, tirandosi dietro buona parte di quello che ci sta in mezzo. Un disco, Luna persa, per quelli (…) che cercano emozioni come l’acqua nei cactus di un deserto sentimentale”. Marcello Parilli (Corriere della sera)

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