Via G. Byron, poeta

11/04/2014
Manuel Garibaldi

Stavo solo brindando alla ipocondria
che mi assume per fare da punto esclamativo
a un pubblico pagante parlandone da vivo
dentro i circoli ARCI di fumo e polizia;
e adesso non ho voglia di menarlo ai deserti
vedi che piglio tutto con estrema nonchalance
di fuori sta piovendo, vedo ombrelli aperti
voi siete senza “benza”,
ed io non senza chances…
Ma gli zombi, gli zombi metton su facce serie
si stanno riciclando dalle loro macerie
sembrano inossidabili, vederli fa piacere
specie quelli simpatici, che pagano da bere
ma io sono in delirium, voi siete senza meta:
ma mollatemi qui in via G. Byron, poeta.
G. Byron lo conosco, era tosto con le donne
gli han dedicato un viale con un cane lupo triste
tacchinava inglesine, veneziane e bisnonne
lui, I’orgoglio e la croce delle belle linguiste.
Byron è amico mio, perché lui era un manico
romantico, sciamanico, perché lui era un dandy;
claudicante e bellissimo e un tantino satanico
teneva in casa un teschio giusto per berci il brandy.
L’autobus che mi serve ripassa domattina
ma se cammino e sudo smisto qualche tossina
mi fan male le olive se le mischio col gin
non so se arrivo pulito fino a piazza Manin.
Non sono mezzo sbronzo,
è una sbronza completa;
ma mollatemi qui in via G. Byron, poeta.

Ero lì che pisciavo nei muri della storia
nei cespugli dell’eden, gli ultimi vespasiani
fitti di falli acidi del Genoa e del Sampdoria
e tristi come le facciate delle cattedrali;
ma sei sbucata tu da un dedalo di docce
– cuccami nel mio loden da “Ebreo errante” –
I’Olandesina smarca l’Olandese volante
poi mi hai preso di tasca il mio “Valium” in gocce…

Quei tuoi occhi da gatta svendimeli per saldo,
dammi un palo di abisso, complottiamone a caldo
ti voglio a un prezzo d’asta, in offerta speciale
piglia due e paga uno, dammi il tuo corpo di Natale;
ma io son sempre a Genova,
e tu sei sempre a dieta
mollami pure qui in via G. Byron, poeta.

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