Zimbalom

11/04/2014
Manuel Garibaldi

Chi mi dice “occhi da lupo” non conosce i veri lupi,
chi mi dice “passo d’agnello” non conosce i miei dirupi.
E poi se c’è chi pensa che la nostalgia è la chiave della canzone
non sa quali occhi mi graffiano come i cani graffiano un portone.
Ma i miei nervi son corde di zimbalom, stonate d’amore
qualche volta sono stridule, qualche volta hanno la voce grave.
È pioggia e tempi dispari che battono le strade
è fame di parole che hanno mangiato il loro traduttore.
L’inverno è un cane caldo, occhi di fari, muso di vetro,
l’inverno è spiccioli freddi nel sottopasso della metro.
Fatto un fuoco di bidoni, ne veniva un fumo denso.
Vi giuro che a tratti mi pareva l’offerta dell’incenso.
Ma i miei nervi son corde di zimbalom stonate d’amore,
qualche volta danno i numeri ma non ditelo all’accordatore.
È pane e tempi dispari che vengono dal mare
insieme ai clandestini, ai topi, alle paure.
Stanotte nella galleria mi è sembrato di sentire il coro.
Ho provato tanta nostalgia, devo essere uno di loro.
Buco di tombino, quale foto di famiglia,
quale buio corridoio, quale sangue mi somiglia?
Ma i miei nervi son corde di zimbalom, stonate d’amore
le mie corde son nervi di zimbalom…
La canzone finisce adesso ma potrebbe continuare ancora.
Ho paura a entrare in un bar come un vampiro ce l’ha dell’aurora.

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